E se fossimo già diventati ciò che abbiamo sempre desiderato? Se questo vuoto siderale che ci portiamo dentro fosse lo scrigno di un tesoro che non può essere speso né guadagnato? Avresti ancora voce per denunciare ingiustizie, o sogni sulla punta dello scalpello?
Non vedi come l'ordine delle cose è solo uno stato temporaneo di bellezza?
L'eternità è già compiuta in noi, Monica. Non c'è bisogno di chiedere altro alla nostra vita. Lascia che gli stolti si affannino a cercare il significato delle cose, o una ragione per vivere. Noi siamo già diventati ciò che abbiamo sempre desiderato. Ancor prima che questo barlume iniziasse a balzare tra il giorno e la notte.
Ma guardateli, i miei occhiali... abbandonati nel portacenere della Splugen Bock!
Stamattina, appena alzato, ho dimenticato di indossarli. Ho fatto colazione, sono uscito, ho persino guidato un po'. Lungo la strada dei Forti cantavo a squarciagola...
Lavenders blue, dilly dilly, lavenders green
When I am king, dilly dilly, you will be queen
Ci sono tanti modi per vedere le cose, Monica. Gli occhiali servono a ben poco a chi non vuol vedere. Certe volte basta chiudere gli occhi e non aver paura.
Lavenders green, dilly dilly, lavenders blue
When you love me, dilly dilly, I will love you
Monica, amore mio, sapessi la gioia che mi scorre nei polsi... ora finalmente so dove incontrarti di nuovo.
Quando la lavanda sarà blu, io sarò Re e tu la mia Regina.
Nel cimitero di ... , alla periferia di Genova, dopo che il badile aveva sistemato l'ultima zolla di terra sulla bara di mia nonna, mi trovai a passeggiare tra le lapidi con le mani raccolte dietro la schiena.
Su una lastra di marmo notai la foto di un uomo, ritratto mentre fumava.
"anch'io" (sorrisi) "vorrei una foto così sulla mia lapide"
Era un mattino di settembre, appena disturbato dal chiacchiericcio delle tortore.
Nel taschino della camicia il cellulare cominciò a vibrare, ma lo ignorai perché un manipolo di parenti mai visti mi si avvicinarono per le condoglianze.
"Sono la sorella del figlio della nipote di tua zia... ti ricordi?"
"Certo che mi ricordo! Al funerale scorso avevi una macchia di caffè sul tailleur e mi hai chiesto se si notava molto."
Mi fissò inebetita per un istante e si allontanò pensierosa.
Gli altri la seguirono rinunciando a presentarsi.
Solo allora controllai il cellulare: nessuna chiamata, nessun messaggio.
Pensai a quando Monica mi disse: "Tu sei morto... E' normale che la gente scappi quando ti vede".
Hai ragione, Monica: sono morto. D'ora in poi starò zitto, te lo prometto. E' bene che la gente non sappia che non fa alcuna differenza.
Non me ne frega niente di avere un blog.
Ce l'ho e basta! Come una delle tante cianfrusaglie che teniamo nei cassetti che quando li apri dici: ma cosa me ne faccio, e poi pensi: non danno fastidio a nessuno e chiudi il cassetto.
Per un blog si fa ancora prima: un clic sulla x in alto a destra, oppure sulla freccia a sinistra nella toolbar del browser, che poi altro non è che
un comando di questo tipo... Non si impolvera nemmeno, un blog, chiuso com'è in qualche cilindro magnetico, sottovuoto.
Le cose importanti si impolverano.
(perché hai aperto il cassetto?)
(cosa stavi cercando?)
(non te lo ricordi più?)
Agganciata alla radice del mio molare c'è una corda di violino che si tende lungo il lato sinistro del collo, fino alla clavicola.
A dire il vero non sono sicuro si tratti di una corda di violino. Potrebbe essere anche di una chitarra, o magari un cavetto della frizione di un motorino. Per esserne certo dovrei praticarmi un taglio vicino alla giugulare e guardarci dentro aiutandomi con uno specchio, ma immagino che sarebbe un'operazione un po' rischiosa.
Il punto è che non so proprio come ci sia finita lì dentro.
Spero che i medici da cui devo andare in questi giorni riescano a togliermela o - quantomeno - ad allentarla.
Saprai che non t'amo e che t'amo
perché la vita è in due maniere,
la parola è un'ala del silenzio,
il fuoco ha una metà di freddo.
Io t'amo per cominciare ad amarti,
per ricominciare l'infinito,
per non cessare d'amarti mai:
per questo non t'amo ancora.
T'amo e non t'amo come se avessi
nelle mie mani le chiavi della gioia
e un incerto destino sventurato.
Il mio amore ha due vite per amarti.
Per questo t'amo quando non t'amo
e per questo t'amo quando t'amo.
(Pablo Neruda)

Foto by lagia
Il mio amico Sergio ha rubato il teschio nel laboratorio di scienze del nostro liceo. Mica plasticaccia da quattro soldi. La nostra scuola non bada a spese. Quello è un teschio vero, con tutti e 32 i denti, senza neanche una carie.
Lo ha rubato per sfregio, un giorno che la prof di scienze gli aveva dato tre. L’ha usato per un po’ come fermacarte, finché il suo cane non ha scoperto che era buono da rosicchiare. Allora, per metterlo in salvo, l’ha sistemato dentro il suo mega acquario tropicale. Dice che è divertente vedere i pesciolini che entrano ed escono dalle cavità oculari.
L’ha chiamata Vanessa. Il nome l’ha scelto perché ha un sorriso molto sexy con una fessura tra gli incisivi superiori, come la cantante e attrice francese Vanessa Paradis.
Sergio ha sempre avuto una fissazione per Vanessa Paradis. Un giorno mi ha confessato che ancora oggi si masturba guardando il videoclip di Joe Le Taxi. L’ha scaricato da internet.
Purtroppo, stando nell’acquario, Vanessa diventa ogni giorno più verde perché gli crescono sopra le alghe. Così oggi le abbiamo fatto un po’ di manutenzione. L’abbiamo spazzolata ed è tornata bianca splendente. Sergio le ha pure lavato i denti col colgate withening, quello al bicarbonato.
Comincia un po’ a preoccuparmi. La guarda con occhi languidi. La accarezza, dicendo: Vanessa… Vanessa…
Mi sa che si sta innamorando. Non mi stupirei se un giorno lo sorprendessi a sbaciucchiarla.
Passi che si fa le pippe guardano il video di Joe Le Taxi, ma questa cosa sta diventando troppo malata. Un giorno di questi, mentre è stordito dalle canne, gli prendo il teschio e glielo butto in mare. Per il suo bene.
Il mare la follia inghiotte e la speranza affiora. Me lo diceva sempre mio nonno.
*****
Intanto, altrove nel tempo…
15 dicembre 1968. Nel porto di Napoli un peschereccio torna da una battuta di pesca d’altura. Ad attenderlo, alcune auto dei carabinieri, un furgone del servizio funerario e una folla rada di curiosi.
I pescatori stessi avevano avvertito via radio la polizia. Tra le acciughe e le alalonghe, quella mattina nelle reti si era impigliato il corpo di un giovane.
Maschio, età approssimativa 18 anni. Nessun documento di identità.
L’autopsia stabilisce che il corpo era in acqua da meno di 24 ore. Segni di violenza sessuale, tracce di sperma nell’intestino retto. Polsi e caviglie legate. Causa della morte: annegamento.
Al comando dei carabinieri, il maresciallo dà ordine di stendere un veloce rapporto e di archiviare il caso. Era solo un femminiello che non ha pagato il pizzo – dice. Nessuno verrà a reclamarlo o a sporgere denuncia.
«Scusi, maresciallo, per il rapporto… come si chiamava il peschereccio?»
«Vanessa, mi pare. Si chiamava Vanessa.»
Lentamente mi sto abituando alla tua assenza, Monica.
Non ci sei più: è doloroso, ma credo sia necessario tenere ben fermo questo punto, altrimenti non riesco ad andare avanti.
Sarà di nuovo estate, avrò un vassoio di ciliege nel centro tavola, un catalogo Ikea 2007 e gli orecchini di altre donne nella cesta del pane...
Le parole che ti ho dedicato su questo blog, saranno travolte da milioni di altre parole, e sprofonderanno a poco a poco nell'archivio, allo stesso modo del tuo volto - i cui contorni sono sempre meno chiari - nella mia memoria.
Probabilmente non saprò mai dove sei finita, e perché sei sparita così, senza nessuna spiegazione.
Alla polizia mi dissero che i tuoi dati anagrafici non risultano. Quindi è stato impossibile fare denuncia della tua scomparsa.
Ho fatto un lungo viaggio, alla tua ricerca. Mi sono macchiato di crimini orrendi pur di ottenere qualche risposta. Infine ho capito e sono tornato, con il tuo mistero chiuso nel cuore, e una storia da raccontare.
Il telefono non squilla.
Squilla sempre di meno, da un po' di tempo.
Probabilmente la gente ha capito, si è rassegnata al fatto che non ci sono; nemmeno quando rispondo.
Ho preso una decisione:
Voglio far morire le rose del mio giardino.
Lascerò che l'estate le bruci, imprigionate nei vasi. Dovranno solo sperare che piova, perché da me non avranno una goccia d'acqua, ma soltanto cenere del mio fumare nervoso.
Tanta vitalità mi offende. Quei colori così intensi, quel profumo colmo di promesse...
Voglio vederle avizzire, petalo dopo petalo, foglia dopo foglia.
Il cielo sarà azzurro e sordo come un urlo di scheletri conficcati nella terra.
Spinosi.
Capaci soltanto di ferire, chiunque oserà avvicinarsi.
Così - finalmente - mi assomiglieranno.
Voglio fare indigestione di volti, per le vie del centro, delle vetrine, dello struscio, come quando ti venivo a cercare, senza conoscere ancora il tuo nome.
Voglio vedere gli sguardi abbassarsi, piegati dalla mia insistenza rabbiosa.
Cerco qualcosa, cerco qualcosa...
una somiglianza, una redenzione.
Cerco il volto di colei che (non ricordo quando, perché e come) mi portò altrove dalle vie del centro, altrove dal luogo del nostro appuntamento, senza spiegarmi come fare a tornare.
Monica, oggi il cielo piomba sulla zanzariera con occhi di mantide.
Non oso uscire.
Se solo il telefono squillasse... basterebbe una voce qualunque, anche una fastidiosa promozione da un call center, basterebbe a riportarmi alla realtà.
Dovrei dire solo: no, grazie. E vedrei questa lapide di piombo scoperchiata.
(is there anybody out there?)
Presente. Devo scrivere al presente:
C'è una mantide aggrappata alla zanzariera del balcone.
Il telefono squilla.
Dove sei, Monica? Dove sei finita?
Monica, ti sei vista? il sole ti sta facendo uscire tante piccole efelidi sul naso, sulle guance. Anche sulle spalle.
No, perché ti vergogni? Sono efelidi carine. Stai diventando una bestiolina maculata. Però datti ancora un po' di crema, e metti il mio cappello che almeno ti fa ombra sul naso.
Ecco, ora sì che devi vergognarti, con il cappellino dei Chicago Bulls, sembri una cheerleader.
Lo so quanto le odi. Apposta te lo dico!
Su, avanti, fammi un balletto. Datemi una M, datemi una O, datemi una N, datemi una MO-NI-CA!
Ma quale baseball? E' basket.
Decisamente non è il tuo genere.
Neanche il mio in effetti, ma è l'unico cappellino che ho. L'avevo comprato al Madison Square Garden. Sai, a New York si comprano tante stupidaggini che poi, quando torni alla realtà, ti chiedi: cosa l'ho comprato a fare?
Tu invece staresti bene con quelle pagliette a tesa larga, un po' alla Audrey Hepburn. Hai presente?
Ma no che non bisogna essere alte per quei cappelli, basta essere snelle e poi tu non sei mica bassa. 1,65 è quasi un'altezza da top model. Guarda ad esempio Kate Moss, è solo 4 cm più alta di te.
Eh, ce l'avrà anche lei qualche lentiggine sotto il trucco, non ti credere.
Comunque, dico sul serio: queste tue lentiggini sono carinissime. E poi, secondo me, sono un segno metafisico. Chissà che non riesca anch'io a decifrare sulla tua pelle la scrittura del dio, come fa Tzinacàn con le macchie del giaguaro, nella prigione di pietra.
Sto parlando di Borges, Monica... i racconti dell'aleph. Cosa c'è da ridere? Non ho preso un colpo di sole!
Però hai ragione: siamo venuti al mare troppo presto. La prossima volta non prima delle 17. C'è meno gente, meno casino, meno caldo. Insomma, un ambiente più adatto alle bestioline maculate come te.
Io faccio ancora un tuffo. Tu no?
Quando sei stanca, dimmelo! Semmai prendiamo il treno prima.
Stasera andiamo a Camogli, Monica? Ho proprio voglia di andare a Camogli. Camminare sul lungomare, mano nella mano, come una perfetta coppia borghese. Discutere di cinema, dell'italia che ha vinto i mondiali, discutere di come ogni comunista che si rispetti debba leggere Popper con grande attenzione. Un cono gelato. Poi ho voglia di stare seduti sul molo, come gli adolescenti. Tu potresti prendere il gelato al lampone; mi piace quando la tua bocca sa di lampone.
C'è la luna piena stanotte. Metti il vestito bianco! Sai come la facciamo tramontare dall'invidia?
Ma come fai tu a dormire, Monica, con questo caldo, con le grida dei ragazzi giù in strada, e le marmitte, le sgommate?
Anche quando finalmente tacciono, rimane un sottofondo di caroselli, e i cani che abbaiano, perché sono soli, perché gli odori sono troppo intensi, perché l'estate non sta zitta mai.
C'è troppa vita dappertutto. Non so più distinguere la differenza tra sonno e spossatezza.
Dalla finestra spalancata entra l'odore umido dei giardini. Ma non è un sollievo! E' un'aria che soffoca e ubriaca. Avrei voglia di abbaiare come quei cani.
Tu almeno dormi. Le labbra socchiuse, il respiro affannoso. Ti giri in continuazione, agitata ma dormi. Il monitor del computer ti illumina di una luce lunare. Se ti vengo vicino, hai tante piccole goccioline di sudore sul volto, sul collo, sul seno.
Ah, che voglia di leccarti! In bocca ho ancora il sapore del tuo sesso. Sto a fissare il monitor del computer, ma non riesco a venire a capo di un groviglio di sensazioni.
Per scrivere ho bisogno che la vita stia un po' più ferma, più zitta. Cosa c'è da scrivere, da capire quando i sensi ti aggrediscono con la violenza di un baccanale estivo?
C'è troppa vita dappertutto, Monica. Nel fragore notturno le parole ti evaporano addosso; il tuo corpo si contorce nell'orgia di sogni, di amanti.
Stai sognando me? Stai facendo la puttana con qualcun'altro? Chi ti fa ansimare così nel sonno?
No, mi arrendo. Non c'è niente da scrivere con gli ormoni impazziti nei polsi. Spengo il computer. Ho sete. Voglio leccare il tuo sudore. Aspetta... non svegliarti ancora. Voglio entrare prima nei tuoi sogni, poi nel tuo corpo. Monica... facciamo l'amore, facciamolo ancora. In estate il sonno non esiste. Sfiniscimi! Concedimi almeno il sollievo agitato della spossatezza.
Ma lo sai che
questo libro è proprio bello, Monica? Poi devi assolutamente leggerlo anche tu, invece di quelle stupidaggini di Dan Brown.
Me l'ha consigliato una
mia amica sui blog.
No, non la conosco personalmente... non lo so come si chiama... piantala di farmi il terzo grado! Mi fai perdere il filo del discorso... Stavo dicendo: credo che me l'abbia consigliato perché ha avuto il dubbio che tu possa essere solo una mia invenzione letteraria. Non sarebbe nemmeno la prima a pensarlo, d'altronde.
Sì, infatti... fa un po' ridere questa cosa...
Però, ad essere onesti, forse sono io che ho interpretato male il suo pensiero. Con tutta la gente che mi chiede se esisti veramente, sto diventando prevenuto. Questa ragazza in effetti ha solo detto che il mio blog le ricorda questo libro. (Eh, magari!)
E' stata gentile. Non lo conoscevo questo scrittore.
Di solito, poi, quando qualcuno mi fa conoscere un libro che mi piace, associo per sempre quel libro a quella persona.
Aaah, e piantala, Monica... non vuol mica dire che me la devo portare a letto. Ora siediti e ascolta.
Senti che bella la frase di apertura. E' tratta dalla quinta lezione di ebraico di Hezi Leskli: "Quando la parola si farà corpo e il corpo aprirà la bocca e pronuncerà la parola che l'ha creato, abbraccerò questo corpo e lo adagerò al mio fianco."
Sembra un paradosso linguistico ma c'è qualcosa di potente in queste parole. Non so bene come ci riescano, ma gli ebrei nei paradossi linguistici trovano sempre un varco per giungere al senso del divino.
Sarà che il loro dio ha creato l'universo con la parola... Sia la luce - ha detto - e la luce fu! Non è stato necessario altro materiale alchemico. Dev'essere per questo che hanno un culto così esagerato per la parola.
Comunque, leggendo il romanzo di Grossman, ho capito perché la gente dubita della tua esistenza, Monica.
Su questo blog tu sei fatta di parole. Le mie! Qui tu esisti solo attraverso le mie parole. Pensa com'è fragile, effimera, la tua essenza agli occhi di chi legge il mio amore per te...
Nemmeno una foto. Eppure ne abbiamo di carine, ci sono quelle che abbiamo fatto sul Passo della Bocchetta, per esempio.
No, non ti preoccupare Monica. Non me lo sogno nemmeno di metterle sul blog. Ragionavo ad alta voce. Volevo dire appunto che non è necessario dare in pasto alla rete la nostra vita. Al contrario, io voglio sottrarre la nostra vita alla violenza dei sensi, in modo che la gente si trovi a levitare nel nostro rapporto senza riuscire ad afferrarlo, come se fosse in una dimensione sacra alla quale si è ammessi solo abbandonandosi all'emozione.
E' questo il segreto, Monica: l'emozione della parola! E' materia viva capace di dare la vita. In questo gli ebrei hanno ragione. Non esiste nulla a questo mondo di più reale delle parole. Tanto che (ora ti faccio arrabbiare) il nostro amore forse è più reale su questo blog che nella vita concreta.
Ecco, vedi... ti ho fatta imbronciare.
Come sei carina quando fai quella faccia, Monica! A me sembra impossibile che la gente non veda quant'è irresistibile quella fossetta che ti viene sul mento quando fai l'imbronciata. A volte ti faccio imbronciare apposta per potermi commuovere a quella visione.
Almeno la mia commozione la vedranno? Nemmeno questa è vera? Dunque sono solo un folle, perduto in un dialogo immaginario?
Monica, io credo che i folli siano quelli che dubitano di te. Non hanno capito nulla della vita. Non curiamoci di loro. Facciamo come Myriam e Yair nel romanzo di Grossman: "Parleremo una nostra lingua e racconteremo le nostre storie, e ci crederemo con tutte le nostre forze, perché in mancanza di un luogo privato come questo - dove quello in cui crediamo si realizzerà, anche se solo per iscritto - la nostra vita non sarà tale; o peggio ancora: la nostra vita sarà solo una vita..."
Tu lo sai com'è la casa di un single, Monica?
E' una casa in cui non è necessario buttare all'aria i cuscini del divano per cercare il telecomando. Basta allungare una mano, senza neanche guardare, un po' come quando si cambia marcia guidando.
E' una casa in cui, se posi un bicchiere in un punto preciso del tavolo, quando torni lo ritrovi sempre lì. Nessuno l'ha spostato. Nessuno ti ha rimproverato per non averlo messo a posto. Anzi, quello diventa il suo posto, anche se non c'è apparentemente nessuna logica perché debba stare proprio lì.
Non si corre il rischio di inciampare su qualcosa di imprevisto. La casa di un single è come la casa di un cieco: immobile.
Se tu sapessi, invece, la gioia che provo nel trovare qua e là i segni del tuo passaggio. Da quando ti sei trasferita qui da me, è come se questa casa avesse un'alea dolcissima e imprevedibile.
Basta così poco, anche solo una carta di gianduiotto appallottolata nel portacenere, la guida di Londra aperta sul letto, un vassoio di ciliegie nel centro tavola (che bella idea hai avuto). Sono piccole cose che non mi aspetto e che ogni giorno - quando rientro a casa - scopro con gioia, perché mi dicono che quella non è più soltanto casa mia.
E non mi importa se a volte non trovo più le cose.
Oggi, ad esempio, sono diventato matto a cercare il pettine, e alla fine era nella tasca del tuo accapatoio. Quando l'ho trovato ero felice come un bambino. Era come se avessi decifrato un'altro piccolo tassello di quell'immenso mistero che sei.
Monica, amore mio, credi che tra qualche anno certe cose mi faranno innervosire? Credi che ti urlerò contro dove diavolo hai messo questa cosa o quest'altra?
No, io non credo. Non è possibile. C'è un'armonia lieve nel modo in cui ti sei appropriata delle mie cose. Sto imparando a conoscerti anche così, attraverso i piccoli indizi che lasci in giro. Come quando ho capito che avevi mal di stomaco. Ti ricordi? Ti ho fatto credere di avere una specie di sesto senso, ma in realtà avevo semplicemente notato la manopola del microonde girata su 900W. Quella temperatura tu la usi sempre per far bollire l'acqua del te, e tu prendi il te solo quando stai male.
Ah, come mi diverto quando noto queste cose, Monica! Tu non puoi capire... questa casa era cristallizzata prima che arrivassi tu. E ora gli oggetti si spostano misteriosamente, come se ci fosse un topolino dispettoso.
Solo non vorrei tu pensassi che ti controllo. Non è una cosa morbosa. E' un mio modo di prendermi cura di te, di capirti. E lo so che per te è uguale.
Questa è proprio bella... Monica, hai presente quando mi dici che a volte sono un po' sadico?
Bene, forse c'è un motivo... secondo
questo sito web, in una vita precedente, io ero un trafficante di schiavi! ...a Sumatra, nell'alto medioevo.
A parte che ho dei seri dubbi che a Sumatra, nell'alto medioevo, ci fossero mercanti di schiavi, comunque... chiederò alla professoressa Airoldi, quando mi capiterà di incontrarla.
Ora vediamo chi eri tu... bisogna mettere la data di nascita, poi cliccare qui... ecco! Tu eri una fata o una maga e vivevi in Madagascar!
Come, non ti piace? Preferivi qualcosa di più avventuroso?
Invece io ti ci vedo bene come divinità della natura. L'unica cosa che non mi sta bene è che c'era un intero oceano indiano a separarci.
Ma chi può dirlo, magari nei miei viaggi di schiavista ero approdato anche in Madagascar. Ero entrato nella foresta in cerca di acqua dolce e ti avevo vista balenare per un attimo tra i flutti di una cascatella.
Sì, mi sembra di ricordare... eri come adesso, però in miniatura, avevi le orecchie a punta ed eri vestita di felci e fiori di mangrovia. Il mio gelido cuore di schiavista ha sobbalzato. Solo un attimo, come un miraggio (le fate non si lasciano vedere più a lungo) quel tanto che basta a lasciare il dubbio di aver sognato.
Ecco, vedi Monica, ti amo così tanto che vorrei averti amata sempre, anche nelle vite precedenti. Solcherei oceani, affronterei draghi, mostri, guerre e qualsiasi fatica pur di starti vicino, in questa e in qualsiasi altra vita.
Vuoi che continui la storia? Ok. Però siediti qui in braccio, fatina. Così intanto che racconto ti faccio un po' di coccole.
Potremmo fare che... mentre facevo scorta di acqua, tu mi hai tirato in testa un frutto dal ramo di un albero, per dispetto.
Una noce di cocco? Wow, volevi proprio farmi male!
Ok, può darsi che me lo meritassi.
Allora, io svengo per la botta in testa e - mentre sono privo di sensi - tu mi rubi le chiavi dei luchetti e vai a liberare gli schiavi sulla mia nave.
Non fai caso, però, al mio pappagallo da guardia che ti da una beccata sulla caviglia.
Così, quando riprendo i sensi, seguo le goccioline di sangue che hai lasciato in giro e mi conducono dritto al tuo nascondiglio.
Stai dormendo e allora sollevo delicatamente il nido di foglie in cui giaci e ti infilo in una gabbietta.
Ti ho beccata, fatina! Ti venderò al Sultano di Karachi. Non mi darà meno di 200 dobloni d'oro. Mi ripagherai degli schiavi che hai fatto scappare!
Allora tu mi guardi negli occhi con tristezza e mi dici: sciocco mortale, non è in questa vita che il nostro destino deve compiersi! Se non mi liberi subito, vanificherai la possibilità di una nostra epifania in qualche vita futura. Davvero rinunceresti a conoscere il significato dell'amore per 200 miseri dobloni d'oro?
Al suono di quelle parole, dinanzi ai miei occhi vidi scorrere una visione.
C'era un omino buffo con dei vetri sugli occhi. Accarezzava sulla tempia una donna che gli stava accoccolata sul petto. Erano in una casa coi muri bianchi, un grande tappeto color del sangue coagulato e una scatola piena di luci e colori.
Io non capivo ma stavo vedendo il futuro, stavo vedendo noi, ora!
La testa cominciò a girarmi - forse ho perso i sensi - ma dopo quella visione tu non c'eri più e al tuo posto, nella gabbietta, c'era il pappagallo che diceva parole irripetibili.
Il Sultano di Karachi, vedendomi arrivare a mani vuote, mi fece condannare a morte. Se non ché, mentre ero sul patibolo...
Ehi, Monica... cosa fai, dormi? Era proprio così noiosa questa storia?
Ma guardatela... che sacco di patate. Si è addormentata! Quasi quasi ti metto in vendita sul serio, però non al sultano, ti metto all'asta su eBay. Domani mi informo sul cambio euro/dobloni d'oro.
Per ora ti porto a letto, va'.
Buonanotte, fatina. Continua a dormire, sogna, sognami se puoi, se vuoi... perché io ti amo da morire. Ti amo come non è nemmeno possibile dire; in questa vita e in tutte le altre. Ti amerò in tutte le vite del mondo.
Se penso a tutte le volte che ho vagato per queste strade, con lo sguardo basso e la deliberata intenzione di perdermi...
Nella testa avevo luoghi, volti e dialoghi irrisolti, e infilavo i vicoli del centro storico come si segue un pensiero sconnesso che non ha soluzione, ma si ritrova ogni volta al punto di partenza.
Cieco. Passavo giorni, anni, ore come pietra sul selciato, calpestato nel cervello e nel cuore, sul bilico del buio, del quando, del sempre.
Tu non le sai queste cose, Monica, non le puoi sapere. Tu ridi e fai la voce da bambina se vedi una maglietta di Pimpa appesa ad un balcone. Ed io corro ovunque si posi il tuo pensiero.
Ora che ci sei tu, Genova non sembra più un labirinto sudicio e monocromo. Ogni cosa ritrova il suo colore. Il rosso dei geranei, lo smeraldo delle persiane, i banchi di frutta e verdura in via Macelli di Soziglia.
Non avevo mai notato quanto fosse bello Palazzo Doria alle 9 del mattino. (L'orologio, dunque, ha ripreso a funzionare) Solo adesso, attraverso le tue parole, mi sembra di vederlo per la prima volta.
Monica, vita mia... Che sia questo il significato dell'amore? Compiere gli stessi gesti, essere negli stessi luoghi di sempre, ma vederli e viverli con gli occhi e le emozioni della persona che si ama?
Il sole di giugno brilla sui tetti di ardesia. Se guardo intorno, non c'è più traccia di quell'antica disperazione. Sui leoni di San Lorenzo ci sono bambini a cavalcioni.
Hai proprio ragione, Monica. Sembrano folletti di una fiaba di Grimm.
Quando piove i capelli non ti stanno mai a posto, Monica. Puoi anche metterci sopra tonnellate di lacca ma non c'è niente da fare. Non ci stanno proprio.
Io te l'avevo detto che quel taglio sarebbe stato complicato da gestire. Quand'erano lunghi, almeno, c'era la forza di gravità che li tirava verso il basso ma ora, così a caschetto, tutte le ciocche ti si girano in fuori come tante biscette.
Però non ti stanno male, sai. Può darsi che il mio giudizio sia di parte (a me piaceresti anche calva) ma ti danno un'aria arruffata molto sexy, come dopo aver fatto l'amore.
Ora piantala con la lacca! Meno male che non ci mettono più i CFC, altrimenti altro che buco nell'ozono... Usa delle forcine, piuttosto.
Sì, come fanno le adolescenti. E non mi dire che non hai più l'età per queste mode teenager. Ti sei vista? Avrai pure 32 anni ma, se entrassi in un liceo, i bidelli ti chiederebbero cosa ci fai fuori dall'aula...
No, un momento... quelle sarebbero le uniche forcine per capelli che hai?
Ma dai, quelle non se le mette più nemmeno mia nonna. Io intendevo quelle un po' più fashion, con un fiorellino, una fragolina o checcavolo ne so.
Oggi, già che andiamo in centro, ne compriamo qualcuna.
E posa quella lacca, se no vedi dove te la infilo...
Ah, ti piacerebbe eh? Zoccola! Eppoi voi donne dite che le dimensioni non sono importanti... Comunque, mi dispiace ma un coso così lo trovi solo in un maneggio. Se hai certe esigenze bisogna che ti fidanzi con un cavallo, oppure ti accontenti del mio pisellino di 17 centimetri scarsi.
Su, ora muoviti che tanto non ci puoi fare niente a quei capelli. Prima o poi ricresceranno.
No che non sei orribile. Camilla Parker Bowles è orribile! Wanna Marchi è orribile! Tu invece sei il mio pulcino spellacchiato, e ora ti riempio di baci finché non la smetti di dire che sei orribile...
Oh, finalmente un sorriso! Vedrai che - se continui a sorridere - presto uscirà di nuovo il sole, e i capelli ti torneranno a posto.
Le forcine però le compriamo lo stesso. Non si sa mai...
Dieci minuti e sono a casa, Monica.
No, ascoltami... lascia stare la cena. Chisse ne frega della cena! Spegni i fornelli. Spogliati. Voglio trovarti a letto, nuda. Ti voglio scopare appena entrato in casa. Senza dire niente, senza chiederti niente, come se fossi una puttana. Non ti bacio nemmeno. Metti un rossetto pesante, vistoso, che 'tanto non ti bacio nemmeno. Stasera non mi serve una fidanzata, una moglie, un'amica... mi serve una puttana. Se ti va bene, tra dieci minuti sono lì. Altrimenti vado a puttane sul serio e la cena te la mangi da sola.
No, non sono impazzito. Sono solo incazzato, mi devo sfogare. Se mi ami davvero, devi assecondarmi. Poi tornerò romantico, premuroso e poetico, come sempre.
Sto entrando in galleria... se cade la linea è per quello.
Dimmi solo "va bene!" senza fare domande.
CRISTO, MONICA, DIMMI SOLO "VA BENE" SENZA FARE DOMANDE!
Brava, bambina... dieci minuti e sono lì.
Lascia stare la radio, Monica. Perché l'hai spenta? A me piaceva quella canzone.
Ah, ho capito. Ti fa tornare alla memoria cose brutte. Allora sei giustificata. Abbiamo tutti delle canzoni tabù. A me succede con la musica di Trainspotting. Ogni volta che la sento, bastano poche note a spalancarmi un baratro di depressione nella testa.
La tua canzone però era romantica, dolcissima. Com'è possibile che ti evochi brutti pensieri?
Il tuo primo bacio? Ooooh, mio dio... dev'essere stato un bacio disastroso, allora. Fammi indovinare: festicciola delle medie, quelle con le luci soffuse dove si aspettano i lenti per ballare abbracciati al belloccio di turno.
Erano gli anni '80 quindi - 99 su 100 - lui aveva i capelli a spazzola pieni di gel e magari un cravattino sottile di pelle. Ci ho azzeccato?
E allora dove sta il problema? Un primo bacio ballando Can't fight this feeling dei Reo Speedwagon mi sembra una cosa memorabile...
Puzzava di tartine all'acciuga?
Che schifo... ma allora era proprio un deficiente! Non si mangiano tartine all'acciuga prima di un lento. Lo sanno tutti. E' la regola numero uno.
Povera Monica, lo credo bene che ora sei traumatizzata da quella canzone!
Però si può rimediare... Hai mai sentito parlare di memoria indotta?
Bene, funziona così: ora inventeremo una storia e diventerà un avvenimento reale del nostro passato. Dobbiamo solo scegliere un giorno neutro, che non ci ricordi nulla. Ad esempio, tu dov'eri il 18 Luglio 1984?
Neanch'io me lo ricordo. Allora è perfetto!
Facciamo che eravamo ai bagni Tortuga di Vesima. Io ero nel Bar a giocare a Space Invaders. Il Jukebox suonava Can't fight this feeling dei Reo Speedwagon. A quel punto entri tu e compri una pizzetta.
Mentre paghi, ti cade dal portafogli un ciondolo portafortuna.
Il gatto del barista lo afferra e si va a nascondere sotto l'intercapedine del pavimento. Tu inizi a piangere disperata. Io mi volto per vedere cosa succede e gli alieni mi invadono il pianeta. Game Over. Accidenti a te, stavo per fare il record.
A quel punto non mi resta che occuparmi di te.
Capito il problema, ti dico: "scusa, posso?" Prendo un'acciuga dalla tua pizzetta e la sventolo all'imboccatura dell'intercapedine. Nessun gatto può resistere all'odore di un'acciuga. E infatti... eccolo che esce e restituisce il maltolto in cambio di una puzzolente acciuga.
Tu mi guardi come se fossi Superman. Avevi dieci anni e non sapevi ancora che da grandi ci saremmo innamorati. Nemmeno io lo sapevo. Ci siamo sorrisi senza dire niente. Poi tu hai dato un morso alla pizzetta e ti sei sporcata tutta la faccia di sugo. Io sono tornato ai videogiochi e tu sei andata via, ma ti sei voltata a guardarmi e anch'io ti guardavo. Il Jukebox continuava a suonare Can't fight this feeling. Evidentemente qualcuno l'aveva rimessa da capo.
Quella è la nostra canzone, Monica. D'ora in poi, tutte le volte che l'ascolterai non ti ricorderai più di quello scemotto con l'alito puzzolente, ma ti ricorderai di quando il 18 Luglio 1984, ai bagni Tortuga di Vesima, ho recuperato il tuo ciondolo dando un'acciuga al gatto.
Ti piace come storia?
Ora vieni qui. Credo di meritarmi un bacio. Un profumatissimo bacio.
Niente più acciughe. Promesso! Quelle lasciamole ai gatti.
Che buon profumo avevi oggi, Rossella. Non voglio sapere che profumo fosse. Ho deciso che - d'ora in poi - quello sarà il tuo profumo. L'ho memorizzato. E se dovessi perderti, saprei trovarti ovunque, come un segugio.
Sembravi una bambina nella penombra del cinema. Mi voltavo spesso a guardarti, l'hai notato? Ed era più bello guardare te invece del film.
Avrei voluto cingerti il collo, tirarti verso di me e stamparti un bacio sulla guancia, o forse sulla tempia perché avresti reclinato il capo.
E' proprio vero che sei tenera, Rossella. E io che non ci credevo. Le persone come te mi disarmano completamente. Divento timido e impacciato come un ragazzino al primo appuntamento.
E' stato così strano vederti. Sentivo di volerti un bene dell'anima, però non sapevo come fare a dirtelo senza spaventarti. Se fossimo stati a parlare più a lungo, avrei trovato le parole giuste.
Ma non si può stare di più. Le nostre vite ci reclamano. Ti accompagno ancora un pezzo. Ciao, Ci sentiamo!
Tornato a casa, Monica mi ha chiesto come mai oggi pomeriggio avevo il cellulare spento.
Io le ho risposto che un cellulare non è uno strumento di controllo.
Avrei potuto dirle che non c'era campo, che la batteria era a terra, oppure che mi si era spento in tasca, senza che me ne accorgessi... ma no. Le ho risposto in quel modo brusco e antipatico. Credo di averlo fatto perché - inconsciamente - volevo sentirmi in colpa.
Lo so, Monica. Oggi non è stata una gran giornata.
Prima tua madre con il suo vizio di farti sentire in colpa, poi quel maledetto scaldabagno che sono stufo di farlo aggiustare una volta al mese. E quello stronzo di Masetti che mi tiene sulle spine con il colloquio di lavoro.
Io avrei voluto portarti al Festival degli artisti di strada. Avremmo girato per le bancarelle che ti piacciono tanto. Avremmo guardato i mangiatori di fuoco, i giocolieri e magari chissà... forse c'era pure Adrian, quel clown inglese che avevamo conosciuto sul treno. Ti ricordi?
Invece tu ti sei accoccolata sulla poltrona a leggere Il Codice Da Vinci, con il naso rosso che ti gocciolava. Maledetta allergia! Forse non sentivi nemmeno il profumo del glicine che entrava ad ondate dalla finestra spalancata.
Non è stata un gran giornata, oggi. Eravamo assorti ognuno nei propri pensieri, e abbiamo lasciato parlare la televisione, sulla Juve, su Moggi... ma chissene frega, dico io!
Oggi è successa una cosa molto più grave, ma i telegiornali non ne hanno parlato: non ci siamo baciati nemmeno una volta, perché col naso tappato dici che ti senti soffocare.
Però tu mi ami lo stesso, anche con il naso tappato, vero? E lo senti il mio amore, Monica? Anche quando ho un sacco di grane da risolvere, quando sono preoccupato e nervoso, lo senti ugualmente il mio amore?
Promettimi una cosa: se un giorno non dovessi più sentirlo, prendimi a calci, urla, protesta! Non ti rannicchiare nella noia. Ricordami chi sono veramente, anzi... chi siamo! Il mondo fa presto a distrarci con le sue sciocchezze e le sue complicazioni.
Oggi l'ho vista, Monica, quella piega improvvisa del tuo sorriso.
L'ho vista sulla metropolitana, quando ho lasciato il posto a sedere a quella donna col bambino in braccio. Si sono seduti accanto a te, e il bambino ha teso la manina verso i tuoi capelli. Tu gli hai sorriso ma poi ti sei irrigidita, e i lati della bocca si sono piegati verso il basso, come se un'ombra fosse improvvisamente passata nei tuoi pensieri.
Non è stata colpa tua quell'aborto, Monica. Non è stata colpa tua. Eri troppo giovane e troppo spaventata. Non è stata colpa tua! E quell'imbecille (che non voglio sapere come si chiama, altrimenti lo vado a cercare) aveva le palle solo per sborrare, non certo per fare il padre.
Quando siamo scesi dalla metropolitana, poi, non parlavi. Camminavi guardandoti le scarpe. Io ti ho raccontato di quando andavo dagli scout, la prima cosa che mi è venuta in mente, ma non è stata una buona idea.
Dio, Monica, non posso sopportare di vederti triste. Lo sai che il tuo sorriso è la mia prima ragione di esistenza. L'ho capito appena ti ho vista. Io ero una specie di belva incazzata col mondo e tu sei venuta ugualmente ad accarezzarmi, pur sapendo che gli animali feriti mordono.
Mi hai sorriso e improvvisamente ho capito per quale ragione ero al mondo.
Io un giorno ti renderò madre. Non c'è nessuno più di te che se lo merita. Appena avrò trovato una situazione un po' più stabile col lavoro, faremo subito un bambino.
Guarda, Monica: il vento scompiglia i getti della fontana di De Ferrari. Passiamoci in mezzo! E' bello sentire la carezza dell'acqua.
A volte, nelle goccioline nebulizzate dal vento, si vede l'arcobaleno.
Hey Lisa, dove ti nascondi... non ti sarai mica dissolta nell'acqua? Vieni fuori, su... non farmi preoccupare. Monica, vieni a vedere: Lisa è scomparsa! Tu da quant'è che non la vedi nuotare?
Nemmeno io mi ricordo. Il mangime però glielo butto tutte le mattine. Di fame non è certo morta. Prendi un po' la riga da disegno... quella lunga. Si sarà infilata dentro il galeone affondato. Proviamo un po' a muoverlo.
Sì, infatti... vedo la coda. Lisa, dai... vieni fuori pesciolina... stai male? Mi tieni i musi?
Fai poco la spiritosa, Monica. Non sono io che l'ho chiamata così. Me l'ha detto quello del Luna Park che si chiamava Lisa.
Oh, no... non si muove. Oh, Cristo santo... guarda: viene a galla a pancia in su. Povera piccola! Povera pesciolina mia... è proprio stecchita!
Monica, prendi un piattino da caffè. Guarda com'è piccola.
E smettila di fare la cinica, Monica! Io le volevo bene, chiaro? L'avevo vinta a quel gioco del Luna Park dove devi pescare le rane. Ma non le rane vere; sai quel gioco con le rane di plastica che devi infilargli l'amo e tirare quando chiudono la bocca. Avevo preso tre rane e potevo scegliere tra un pupazzo di Kermit, oppure Lisa.
Quello del Luna Park aveva un dente d'oro. Mi piace ascoltare quelli con i denti d'oro. Raccontano sempre cose strane. Però deve vedersi il dente mentre sorridono. Se è un molare, laggiù in fondo che non si vede, allora non vale. Questo aveva un pre-incisivo d'oro. Mi ha detto che si chiamava Lisa ed era nata in Bulgaria. Certo che si riferiva al pesce, Monica, che cazzo dici. Anche lui magari veniva dalla Bulgaria, ma ti posso assicurare che non aveva per niente l'aspetto di uno che si chiama Lisa. E comunque, quelli che hanno i denti d'oro non importa se dicono cose vere. Non so perché ma non mi importa proprio. Possono dire quello che vogliono e io li starò sempre ad ascoltare, senza pormi la questione se mi stiano prendendo per il culo o meno.
Lisa mi guardava dal sacchettino di plastica e muoveva le branchiette come se dicesse "ciao ciao". Anche Kermit mi guardava ma aveva gli occhi a forma di X. Quelli che hanno gli occhi a forma di X sembrano dei tossici.
Ovviamente ho scelto Lisa. I miei amici mi hanno preso per il culo. In effetti subito dopo mi sono pentito. Kermit avrei potuto infilarlo nel cassettino della vespa. Invece Lisa non sapevo come farla arrivare viva fino a casa.
Morale: ho fatto un viaggio di ritorno in motorino allucinante, tenendo il sacchetto di Lisa con i denti. Chissà cosa pensava lei, nel vedere le luci notturne frecciare a tutta velocità attraverso la plastica. Si sarà divertita? Oppure avrà rischiato un infarto? I pesci hanno un sistema cardio-vascolare? Non lo so.
Lisa, pesciolina mia, mi mancherai un casino. Non ho cuore di buttarti nella spazzatura. Ti seppellirò nel vaso dei geranei, sul balcone. Da lì si vede il mare, sai Lisa?
Monica, facciamo un altro pesce? Ehmm... volevo dire: prendiamo un altro pesce? Se no che cazzo me ne faccio ora dell'acquario?
Un criceto, dici? Sì, anche i criceti sono simpatici. Sono leggermente più impegnativi di un pesce rosso ma si potrebbe prenderne uno, in effetti. L'acquario magari lo diamo ai tuoi. Poi quando morirà il criceto prenderemo un cane, e se il cane non finisce abbandonato sull'autosole alle prime vacanze estive, allora vorrà dire che saremo pronti per fare un bambino vero.
Pensa che bello nostro figlio, Monica: con i tuoi occhioni azzurri e il mio volto semita. Se è una femmina però voglio che la chiamiamo Lisa. Sei daccordo? Sarà una cosa simpatica raccontarle questa storia, da grande.
Ahiaa, Monica, porca troia... quello non è un punto nero, è un neo! E checcavolo ridi... hai pure studiato psicologia, dovresti sapere cosa dice Freud su quelli che hanno la mania di spremere i punti neri.
Eh, certo... non te ne frega niente. Invece a me me ne frega eccome. Cristo santo, guarda qui come mi hai conciato... sembro appena uscito da Guantanamo.
Per punizione questo weekend ti tengo ammanettata nella... Oh, no! Stai scherzando? Sei di turno al ristorante questo weekend? Oh, no no no. E io che cosa faccio? Mi ero già fatto il film di noi due a Cavi di Lavagna con te ammanettata nella cabina spogliatoio e io che vado in spiaggia e ogni tanto vengo ad approfittare di te. E tu invece devi lavorare?
Sì vabbé, gli amici... ma io voglio stare con te. Al ristorante non hanno per caso bisogno di un cameriere, di un lavapiatti o di qualcuno per pulire i gabinetti? Oppure potrei spacciarmi per un ispettore dell'Igiene e stare con te in cucina tutto il tempo. Dici che ti licenziano, se se ne accorgono?
Uffa. Non è giusto. Due innamorati dovrebbero stare sempre insieme. E' contro natura che si debba andare a lavorare e stare ore ed ore senza vedersi.
Un giorno o l'altro vado a parlare col ministro per la famiglia e gli chiedo che faccia un decreto legge sugli innamorati. Una sorta di esenzione dal lavoro in modo che stiano sempre insieme. Allora sì che sarebbe una società civile!
Ah, giusto... ministro del lavoro e delle politiche sociali. Cos'ho detto... famiglia? Comunque, visto che non ti potrò ammanettare nel weekend, ti ammanetto ora e ti costringo a guardare il reality La Fattoria.
E' inutile che scappi. Non hai scampo. Così impari a spremermi i punti neri! Guarda che bello: c'è la Ricciarelli che canta ubriaca mentre spala la merda di cammello. Ti piace, vero?
A proposito... ce ne sono ancora budini in frigo? Uno solo... allora facciamo a metà. No, le manette non te le tolgo. Ti imbocco io.
Oggi è una di quelle giornate. Monica, devi aiutarmi. Impediscimi di pensare. Riempimi la testa con tutte quelle piccole sciocchezze che sai tu. Parlami dei prodotti cosmetici Pantene, dei vantaggi della crema depilatoria rispetto alla ceretta, elencami l'apporto calorico di tutto quel che c'è nel frigorifero, raccontami ancora di quando a 16 anni sei caduta dal motorino e ti sei fatta questa cicatrice qui.
Qualunque cosa, ma stammi vicino. Parlami. Impediscimi di pensare. Oggi è una delle mie giornate licantropiche. Se mi lasci da solo, comincio a pensare a questo mondo che se ne va in malora, e non trovo soluzione finché il pensiero non si ripiega su se stesso e mi avvelena. Allora divento triste, violento. Potrei fare del male a qualcuno, come il giorno in cui ci siamo conosciuti, ricordi? Ti ho quasi slogato un polso. Figurati che quando poi mi hai chiesto "come ti chiami" pensavo che volessi denunciarmi. Invece sei stata dolcissima.
Che impegni avevi oggi? Ah, vabbé... chiamala e dille che vada in autobus. Oggi stiamo in casa. Facciamo una torta margherita. Uova, farina, zucchero, lievito. Voglio che giochiamo a tirarci l'impasto. Mi piace spiaccicarti il cibo addosso e poi leccarti come un cane.
Monica, amore mio, oggi il mondo mi fa schifo e non so come si possa fare per renderlo migliore. E più ci penso più mi assale un senso di impotenza che mi fa imbestialire.
Ammansiscimi. Lasciati leccare. Il tuo sudore, gli ormoni che trasudi quando ansimi hanno un effetto sedativo per la mia rabbia esistenziale. L'ho capito la prima volta che sei venuta a casa mia. Mentre ti mordicchiavo i lobi delle orecchie, ti sei tolta gli orecchini e li hai messi nella cesta del pane. Chiunque li avrebbe posati sul tavolo. Mi è sembrata una cosa strana e bellissima. In quell'istante ho pensato che ogni cosa di te è commestibile; tutto ciò che tocchi o dici.
Sei tu il mio cibo, Monica, la mia salvezza, la mia redenzione. Cristo avrebbe dovuto essere una donna. La storia è tutta sbagliata.
Monica, potrei stare ore ad osservarti mentre sei seduta a tavola e sfogli il catalogo Ikea. Hai le gambe accavallate e fai dondolare la ciabatta con la punta del piede, senza farla mai cadere. Invece ti cadono sempre i capelli sulla guancia. Tu continui a metterli dietro l'orecchio ma non ci stanno. Ricadono sulla guancia e tu li metti a posto, dietro l'orecchio, in continuazione ma senza innervosirti.
Ogni tanto fai delle smorfie, arricci il naso, inarchi le sopracciglia. E' bellissimo che tu prenda così seriamente quella lettura. E c'è una tale armonia nei tuoi movimenti, anche quando volti le pagine del catalogo e ti inumidisci i polpastrelli. Sembra che ogni tuo più piccolo gesto sia in perfetto equilibrio con le leggi della natura.
Poi ti volti e scopri che ti sto fissando, allora mi chiedi "cosa c'è" e io ti rispondo "niente", mi mandi un bacino e riprendi la consultazione.
Dopo un po' io mi alzo e vengo ad abbracciarti da dietro e ti poso le mani sul ventre, il mento sulla spalla e ti bisbiglio all'orecchio che la poltrona a dondolo Emmabo sarebbe perfetta per la posizione 24 del Kamasutra. Allora tu ridi appena con il naso e io sento sulle mie mani la contrazione del tuo diaframma che diffonde una leggera vibrazione al ventre.
E ti amo così tanto da pensare che le vibrazioni del tuo ventre siano un linguaggio sconosciuto che potrebbe rivelarmi il segreto dell'universo.
Io non credo che dio esista, Monica, ma a volte penso al tuo ventre come si pensa a dio.
Lo conosci quello, Monica? Quello là... a quel tavolo con quegli altri tizi. Quello di spalle che sta bevendo in questo momento.
Non lo conosci? A me è sembrato di vedervi scambiare un cenno, mentre andavi in bagno. Me lo sono immaginato? E allora perché continua a girarsi con quel sorrisino del cazzo... vuoi vedere che ora gli spacco la faccia...
OK, mi calmo, ma tu guardami negli occhi e dimmi che non lo conosci. Non mi stai prendendo in giro, vero?
Sì, scusa, sto esagerando. Ma mi sono affiorati alla memoria dei brutti ricordi.
No, non sto piangendo. E' tutto a posto. Ogni tanto ho degli scatti irrazionali di gelosia ma sono solo fantasmi del passato... solo fantasmi.
Lascia stare... non mi chiedere niente, 'tanto non ti parlerò mai delle mie ex. E poi non è necessario, ce l'ho tutte qui dentro. Se sono così ora è anche grazie a loro, o per colpa loro, in questo caso.
Ma sì, ti dico che sto bene. E' passato. Ho avuto solo una brutta sensazione. Ma stai seduta al tuo posto ora, non venirmi in braccio. Le coccole me le farai dopo.
Io mi prendo un'altra birra... anche tu? Sì, dai... ubriachiamoci, ti va? Così poi facciamo sesso da ubriachi. Non l'abbiamo mai fatto da ubriachi.
No, niente vino, sei pazza? Se mischio il vino alla birra è la fine, non mi si rizza più.
Bisogna essere ubriachi al punto giusto. Per noi uomini l'ideale è quando l'alcol ci inibisce un po' l'eiaculazione. Ci rimane duro per ore ma non veniamo mai. Come sarebbe a dire "sì lo so"... brutta zoccola. Io mi credo di farti le lezioncine ma mi sembri molto ferrata sull'argomento. Ma guardatela... si mordicchia pure le labbra... che stronza, se fai quella faccia goduriosa pensando a chissà quale cazzo, mi fai venire le ansie da prestazione.
Mmmh, non lo so se scherzi... comunque facciamo così: io non ti parlo delle mie ex e tu non mi parli dei tuoi ex superdotati.
Patti chiari e amicizia lunga. Vado a prendere le birre...